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domenica 18 maggio 2014


La guerra di Secessione



"Non siamo stranieri. Americani da sette generazioni, e prima d'allora irlandesi, scozzesi, inglesi, tedeschi. Uno dei miei antenati ha fatto la Rivoluzione, e molti la Guerra di Secessione, sia di qua che di là. Americani." (pag. 324)







La Guerra di Secessione americana venne combattuta dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865 tra gli Stati del Nord, meglio noti come yankees, e gli Stati del Sud, meglio noti come dixies. Una delle cause principali dello scatenarsi della guerra civile, fu di natura economica, viste le grosse differenze sociali ed economiche presenti tra gli Stati del Sud e quelli del Nord; i dixies erano prevalentemente legati ad un economia basata sulla coltivazione, mentre gli yankees basavano la loro sussistenza anche su un'economia di tipo industriale. Inoltre negli Stati del Sud persisteva la schiavitù, mentre il Nord mostrava da questo punto di vista una minore arretratezza ed una maggiore urbanizzazione.
In seguito all'elezione di Abramo Lincoln, dichiaratamente contrario alla schiavitù, i sudisti dichiararono la secessione formando gli Stati Confederati d'America e nominando Jefferson Davis come presidente. Nell'aprile del 1861 ci fu l'attacco a Fort Sumter e da qui inziò la guerra vera e propria che si concluse dopo qualche anno con la vittoria del Nord.






mercoledì 14 maggio 2014


Fordismo 


"Non importa. Io non voglio roba che c'entra con Henry Ford. Non mi piace. Non m'è mai piaciuto. Ho un fratello che lavorava alla Ford. Dovresti sentirlo." (pag. 217)






Il testo non fa esplicitamente menzione del fenomeno storico-culturale noto come Fordismo, ma è importante evidenziare come questa frase implicitamente rimandi alle innovazioni introdotte, proprio negli anni '30 (periodo in cui il libro è ambientato), da Henry Ford, fondatore della casa automobilistica. Le innovazioni da lui introdotte, come l'assembly-line, furono oggetto di numerose critiche e in primis da chi nelle fabbriche ci lavorava. In parte può essere interpretato come un pensiero dell'autore stesso, che non a caso, inserisce nella narrazione vere e proprie frasi di critica e di denuncia.


sabato 10 maggio 2014


La migrazione verso l'Ovest


In seguito alla Grande Depressione, ci fu una vera e propria migrazione verso l'Ovest americano, visto come un luogo dove sarebbe stato possibile trovare lavoro e vivere in maniera più dignitosa. 

"A Sallisaw il vecchio Hudson sovraccarico, scricchiolando e gemendo, imboccò la nazionale in direzione ovest, e il sole era accecante. Sulla strada asfaltata, Al aumentò la velocità perché non c'era più pericolo per le balestre schiacciate. Da Sallisaw a Gore ci sono ventuno miglia, e l'Hudson andava a trentacinque miglia all'ora. Da Gore a Warner, tredici miglia; da Warner a Checotah, quattordici; da Checotah un lungo salto fino a Henrietta: trentaquattro miglia ma con una vera città all'arrivo. Da Henrietta a Castle diciannove miglia, e il sole era a picco, e l'aria palpitava sui campi rossi, arroventati dal sole alto." (pag. 172)

"Lo so che non è colpa loro. Quando ci parlo non c'è mai uno che non ha la sua buona ragione per cambiare aria. Ma così dov'è che va questo paese? è questo che voglio sapere. Dov'è che va? La gente non riesce più a tirare avanti. La terra non rende più niente. Ditemelo voi dove andiamo a finire? Mai nessuno che mi sa rispondere. Gente che ti vuole dare le scarpe per tirare avanti altre cento miglia. Non riesco proprio a capire." (pag. 178)



"Dove andiamo? Per me non andiamo mai da nessuna parte. Siamo sempre in viaggio. Sempre in cammino. Perché a questa cosa non ci pensa nessuno? Oggi tutto si sposta. La gente si sposta. Sappiamo perché e sappiamo come. La gente si sposta perché lo deve fare. Ecco perché la gente si sposta. Si sposta perché vuole qualcosa di meglio. E quello è l'unico modo per trovarselo. Quando gli serve qualcosa, quando gli manca qualcosa, se lo vanno a pigliare." (pag. 179)

"La terra dell'Ovest, inquieta alle prime avvisaglie del cambiamento. Gli stati dell'Ovest, inquieti nell'intuire un cambiamento, incapaci di cogliere la natura del cambiamento". (pag 210)

"Gli Stati dell'Ovest, inquieti alle prime avvisaglie del cambiamento. Texas e Oklahoma, Kansas e Arkansas, New Mexico, Arizona, California." (pag. 211)


giovedì 10 aprile 2014



La crisi del '29



La crisi del '29 segnò in modo traumatico l'opinione pubblica mondiale, dal momento che fu un evento negativo tanto sentito quanto improvviso, perché colpì il Paese che meno sembrava esposto ad una possibile catastrofe economica e al quale tutte le economie europee guardavano come a un riferimento indispensabile per il loro equilibrio finanziario e commerciale. 
Negli Stati Uniti degli anni Venti, chiunque disponesse di un certo capitale, era nella condizione di aprire una banca senza subire eccessivi controlli; in questo modo crebbero i piccoli e medi istituti di credito, che permisero alle città di finanziare imprese industriali e agricole a tassi modesti. Questo provocò una crescita della produzione e degli investimenti, in seguito ad un aumento esponenziale della domanda basata sulla spesa dei risparmi accumulati durante la guerra. 





Il livello dei salari era però rimasto stabile o cresciuto con dei ritmi inferiori rispetto a quelli della crescita della produzione: il mercato si era via via saturato. Non fu possibile ricorrere al mercato estero, dal momento che i paesi europei avevano già ridotto gli acquisti dei prodotti industriali e agricoli americani. L'agricoltura fu uno dei settori che risentì maggiormente della crisi: migliaia di famiglie di piccoli coltivatori o di braccianti vennero trascinate sul lastrico insieme a tantissime banche rurali. Steinbeck si riallaccia alla crisi drammatica che investe questo settore, affrontando il mito della frontiera, dell'avanzata verso ovest alla ricerca di nuove terre, ribaltandolo e interessandosi alle storie dei coltivatori, costretti dalla recessione economica e dalla meccanizzazione a lasciare le terre del Midwest per la California.     

DOCUMENTARIO SULLA CRISI DEL '29